I numeri del collasso
Gli uccelli sono tra gli indicatori ecologici più affidabili per misurare lo stato di salute degli ecosistemi. Uno studio dell’Università di Montpellier, condotto in 28 nazioni europee tra il 1980 e il 2016 su 170 specie, ha documentato la scomparsa di circa 800 milioni di esemplari. Una perdita media di 20 milioni all’anno, pari a circa un quarto dell’intera popolazione aviaria europea.
Le specie legate agli ambienti agricoli hanno visto la loro popolazione ridursi del 57%. Solo il 17% delle terre europee risulta oggi privo di contaminazione chimica.
Il dato più allarmante riguarda proprio le specie legate agli ambienti agricoli: la loro popolazione si è ridotta del 57%, a conferma diretta dell’impatto devastante dei pesticidi. Solo il 17% delle terre europee risulta oggi privo di contaminazione chimica, mentre dal 2009 oltre 300.000 ettari di suolo agricolo sono stati sottratti dalla cementificazione.
Il costo economico
La perdita di biodiversità non è solo una crisi ecologica: è una crisi economica strutturale. Api, bombi, farfalle e altri impollinatori sostengono direttamente circa il 75% delle colture alimentari mondiali e quasi il 90% delle piante selvatiche da fiore. In Europa, l’85% delle specie coltivate beneficia dell’impollinazione animale.
Il valore globale dell’impollinazione naturale supera i 153 miliardi di euro l’anno, e un collasso generalizzato degli impollinatori potrebbe generare perdite annue nell’ordine dei 729 miliardi di dollari, pari allo 0,9% del PIL globale. A questo si aggiungono conseguenze dirette sulla salute pubblica: studi internazionali stimano che il declino degli impollinatori abbia già contribuito a una riduzione del 3-5% nella produzione di frutta, verdura e frutta secca, con ricadute nutrizionali che causano fino a 500.000 morti premature ogni anno.
Il paradosso è emblematico: in alcune regioni della Cina, dove le popolazioni di impollinatori naturali si sono drasticamente ridotte, gli agricoltori sono già costretti a impollinare manualmente i fiori. L’impollinazione artificiale può costare fino a 10-20 volte di più rispetto al servizio ecosistemico naturale.
Effetti irreversibili del cambiamento climatico
Il cambiamento climatico amplifica ulteriormente la perdita di biodiversità, anche quando i singoli impatti sembrano limitati. Una ricerca australiana ha dimostrato che effetti climatici isolati (primavere più siccitose, inverni troppo caldi) possono sembrare moderati se valutati singolarmente, ma il loro effetto combinato diventa catastrofico, con proiezioni che indicano il rischio di estinzione della specie entro 30-40 anni.
Le foreste italiane
Anche le foreste italiane mostrano segnali preoccupanti di perdita di biodiversità vegetale. Uno studio pubblicato su Npj Biodiversity, basato su 25 anni di dati raccolti in 31 aree forestali permanenti dalla rete Con.Eco.For. dei Carabinieri Forestali, ha rilevato una riduzione significativa delle specie vegetali del sottobosco nelle foreste alpine di conifere e nelle foreste temperate decidue.
Le cause principali sono la chiusura progressiva della chioma, che riduce la luce disponibile al suolo, e l’intensificarsi di eventi climatici estremi come siccità prolungate e ondate di calore, che alterano gli equilibri ecologici favorendo alcune specie a discapito di altre.
Gestione attiva e rewilding
Il dibattito sulla conservazione della biodiversità si è a lungo articolato attorno a una contrapposizione apparentemente netta: gestione umana degli ecosistemi da un lato, rewilding e non-intervento dall’altro. La ricerca più recente suggerisce che questa dicotomia sia in buona parte fuorviante, e che la vera sfida consista nel calibrare gli strumenti giusti al contesto giusto.
Il rewilding (letteralmente “rinaturalizzazione”) non significa semplicemente abbandonare un territorio a sé stesso. Secondo la definizione adottata da Rewilding Europe, si tratta di un processo che lavora su ampie aree di paesaggio, stimola la diversità e l’abbondanza della fauna selvatica, vede le comunità locali come parte integrante dei progetti e può integrare metodi consolidati di conservazione. In altre parole, anche il rewilding richiede intervento, pianificazione e governance.
Il problema emerge quando il rewilding viene confuso con il semplice abbandono. In molte aree interne italiane, dalle Alpi alla Sila, il ritorno della fauna selvatica sta già avvenendo, ma non per scelta politica: è il risultato dell’abbandono agricolo, dello spopolamento e della marginalizzazione economica. Senza una strategia condivisa, questo processo genera conflitti che finiscono per essere letti come “emergenze” nella cronaca quotidiana.
Anche dal punto di vista della biodiversità vegetale, l’abbandono non equivale automaticamente a recupero. In contesti fortemente antropizzati come quello italiano, una foresta abbandonata rischia di perdere capacità ecologica e di aumentare i pericoli, a partire dagli incendi sempre più frequenti. Al contrario, una gestione attiva e sostenibile può rafforzare i servizi ecosistemici, generare valore economico per i territori e migliorare la sicurezza ambientale.
La strada più promettente sembra quindi quella di una conservazione adattiva, che non scelga a priori tra intervento e non-intervento, ma definisca obiettivi espliciti per ogni contesto. Ecosistemi sani sostengono servizi di cui ci accorgiamo davvero solo quando spariscono: acqua potabile, suoli fertili, microclimi più stabili. Che questo risultato si ottenga attraverso la gestione attiva o il rewilding dipende dal territorio, dalla storia ecologica del luogo e dagli obiettivi di conservazione, non da una scelta ideologica.
La perdita di biodiversità non è un problema futuro: è in corso, misurabile e, senza interventi concreti, destinata ad accelerare. Agricoltura sostenibile, riduzione dei pesticidi, gestione forestale attiva, ripristino degli habitat e riduzione delle emissioni climalteranti sono le leve fondamentali su cui agire. Prevenire, come ricordano gli economisti ambientali, costa infinitamente meno che riparare.
La conformità della gestione della biodiversità agli standard di rendicontazione
La gestione e la salvaguardia della biodiversità occupano oggi un posto centrale anche nelle prassi di rendicontazione della sostenibilità, a conferma di quanto questa tematica abbia acquisito rilevanza non solo scientifica, ma anche regolatorio-gestionale.
Sul fronte degli standard internazionali volontari, il GRI 304 (pubblicato nel 2016) fornisce alle organizzazioni un quadro strutturato per rendicontare i propri impatti sulla biodiversità. Le due informative previste dallo standard richiedono di descrivere la sede e le dimensioni delle aree interessate, il valore della biodiversità in relazione alla tipologia di ecosistema coinvolto (terrestre, marino o di altro genere) e la natura degli impatti generati dall’organizzazione: quali specie sono interessate, quale estensione hanno le aree di riferimento, qual è la durata degli impatti e se questi siano reversibili o meno.
Sul fronte europeo, la normativa ESRS dedica alla materia uno standard specifico: l’ESRS E4, intitolato Biodiversità ed ecosistemi. Rispetto al GRI, la cornice europea è più ampia e strategica: non si limita alla descrizione degli impatti, ma richiede alle imprese di integrare la biodiversità nella propria strategia e nel proprio modello di business. In concreto, le organizzazioni soggette a questo standard sono chiamate a pubblicare un piano di transizione che tenga conto della biodiversità e degli ecosistemi, a identificare e valutare gli impatti, i rischi e le opportunità rilevanti e a illustrarne l’interazione con il modello aziendale. Devono inoltre descrivere i processi adottati per individuare e valutare tali impatti, rischi e opportunità, le politiche definite in materia, le azioni intraprese e le risorse allocate, gli obiettivi fissati in relazione alla biodiversità e agli ecosistemi e, infine, gli effetti finanziari attesi derivanti dai rischi e dalle opportunità connessi a questa dimensione.
Nel complesso, sia il GRI 304 che l’ESRS E4 segnalano una direzione chiara: la biodiversità non può più essere trattata come una variabile esterna alla gestione aziendale, ma deve essere misurata, rendicontata e integrata nelle strategie di lungo periodo. Strumenti di questo tipo trasformano un’emergenza ecologica in un dato gestibile e, almeno in parte, governabile.
Fonti
- LifeGate — Clima, agricoltura, cementificazione e il declino degli uccelli
- GreenReport — 25 anni di monitoraggio: perdita di biodiversità vegetale nelle foreste italiane
- La Nuova Ecologia — Rewilding e biodiversità nei paesaggi mediterranei
- NonSoloAmbiente — Biodiversità a rischio: il costo dell’estinzione degli impollinatori
- L’Indipendente — Rewilding oltre lo slogan: perché lasciare spazio alla natura non basta
- MeteoWeb — Giornata internazionale delle foreste: un patrimonio da gestire, non solo da proteggere
- MASE — Il ripristino della natura
- CreAFuturo / CREA
