
Negli ultimi anni la robotica ha smesso di essere confinata ai grandi stabilimenti produttivi: robot industriali, collaborativi e, più recentemente, umanoidi sono entrati nel dibattito sul futuro delle imprese e del lavoro. Nel 2024 sono stati installati nel mondo circa 542.000 robot industriali, oltre il doppio rispetto a dieci anni prima. Gli umanoidi sono invece una frontiera più recente: alcune aziende li stanno sperimentando in fabbrica e nei magazzini, ma la loro diffusione su larga scala è ancora in fase di sviluppo.
La domanda, quindi, non è soltanto se i robot nelle aziende potranno aumentare la produttività, ma se e in quali condizioni potranno rendere le imprese più sostenibili e diventare uno strumento al servizio delle persone.
Per molti anni il robot industriale è stato associato alla sostituzione del lavoro umano. Oggi la robotica viene usata soprattutto per attività ripetitive, fisicamente impegnative o usuranti, lasciando alle persone ciò che richiede esperienza, decisione, relazione, creatività e responsabilità.
I robot umanoidi si inseriscono in questa evoluzione: la loro caratteristica distintiva non è “assomigliare a una persona”, ma la possibilità, almeno in prospettiva, di operare in ambienti progettati per gli esseri umani senza modificare completamente gli impianti esistenti. L’International Federation of Robotics (IFR) segnala tuttavia che oggi le applicazioni industriali degli umanoidi restano focalizzate su compiti specifici e che un impiego come macchine d’uso generale è ancora lontano: occorre distinguere ciò che è già possibile da ciò che è una prospettiva.
Non tutte le aziende hanno le stesse esigenze: il beneficio è maggiore dove esistono attività ripetitive, movimentazione di materiali, operazioni gravose, ambienti pericolosi e processi che richiedono precisione e continuità.
È il settore con le applicazioni più mature. Nell’automotive sono già in corso sperimentazioni con umanoidi: BMW, ad esempio, ha impiegato nello stabilimento di Spartanburg un robot per movimentare e posizionare componenti in lamiera. Il vantaggio non è solo la produttività, ma anche la riduzione dell’esposizione delle persone a determinati rischi fisici, a condizione che il sistema sia progettato, installato e utilizzato nel rispetto delle misure di sicurezza.
Sollevare, trasportare e riposizionare continuamente i materiali comporta un notevole impegno fisico: robot mobili e, in prospettiva, umanoidi potrebbero assumerne una parte, lasciando alle persone il controllo dei processi e la gestione delle eccezioni. L’IFR indica la logistica tra gli ambiti con maggiore potenziale.
Ispezioni, movimentazione di materiali pericolosi, accesso a zone difficili: qui il valore dei robot sarebbe soprattutto sociale e legato alla salute e sicurezza sul lavoro.
Un robot, di per sé, non è una tecnologia sostenibile: consuma energia, richiede materie prime, componenti elettronici e manutenzione e, a fine vita, va smaltito. “Più robot” non significa automaticamente “più sostenibilità”: dipende da come il robot viene utilizzato e quale problema contribuisce a risolvere.
Può contribuire alla sostenibilità quando, ad esempio, riduce sprechi, difetti e rilavorazioni e usa meglio energia e materiali. Oppure riduce l’esposizione delle persone ad attività usuranti o pericolose. O, ancora, consente di mantenere attivi i processi nonostante la difficoltà di reperire personale.
La sostenibilità, quindi, non è nella macchina in sé, ma nel risultato complessivo del processo in cui essa viene inserita.
L’invecchiamento della popolazione e la carenza di personale per alcune mansioni spingono sempre più imprese verso l’automazione. Il robot non è necessariamente pensato per sostituire un lavoratore: può rendere possibile un’organizzazione in cui una persona supervisiona più attività mentre le macchine svolgono le operazioni più ripetitive o gravose. L’obiettivo non è “fare a meno delle persone”, ma decidere quali attività affidare alle macchine e quali devono restare sotto la responsabilità e il controllo umani.
Sul piano della sicurezza, il robot può ridurre l’esposizione ad alcuni rischi, ma ne introduce di nuovi (collisioni, malfunzionamenti, interazioni impreviste), richiedendo nuove procedure e competenze: la sicurezza va progettata insieme alla tecnologia, non aggiunta dopo.
Inoltre, se le mansioni più faticose passano alle macchine, la capacità fisica individuale può pesare meno e il lavoro diventare accessibile a più persone, e più a lungo, in una società la cui età media lavorativa è destinata ad aumentare.
Le opportunità sono maggiori per le imprese con processi ripetitivi e standardizzati, alta movimentazione, attività gravose o pericolose, alti volumi e difficoltà a trovare personale; minori, almeno nel breve periodo, per produzioni variabili, a bassi volumi, artigianali o basate su relazioni e decisioni complesse.
Prima di acquistare un robot, un’azienda dovrebbe chiedersi non “quanto costa?”, ma quale problema risolve e quali benefici produce per l’azienda, per le persone e per l’ambiente, valutando insieme quattro dimensioni: economica (l’investimento è giustificato dalla produttività?), ambientale (i risparmi di consumi, scarti ed emissioni superano le risorse necessarie per produrlo e usarlo?), sociale (migliora sicurezza e qualità del lavoro?) e organizzativa (l’azienda ha le competenze per gestirlo?).
Il futuro non prevede necessariamente la lotta “robot contro persone”. Potranno esistere ambienti in cui le due realtà svolgono attività complementari: al robot ripetitività e operazioni gravose; alla persona controllo, decisioni, manutenzione, relazione, creatività e gestione delle anomalie.
La robotica potrà efficacemente rappresentare un’evoluzione dell’impresa sostenibile, non una soluzione automatica: diventa uno strumento importante solo se inserita in una strategia chiara. La domanda del futuro, allora, non sarà soltanto “quanto sono intelligenti i robot?”, ma “come possiamo usare questa tecnologia per costruire organizzazioni più sicure, efficienti, resilienti e capaci di utilizzare meglio le proprie risorse?”
Perché la vera innovazione non consiste nel sostituire l’uomo con la macchina, ma nel ripensare il rapporto tra persone, tecnologia e organizzazione del lavoro, affinché il progresso tecnologico produca valore economico senza perdere di vista il valore sociale e ambientale dell’impresa.
Fonti:
International Federation of Robotics (IFR)
BMW Group PressClub
The Robot Report
Journal of Intelligent Manufacturing
Robotics and Computer-Integrated Manufacturing
Foto di Gabriele Malaspina su Unsplash