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«Se lo sviluppo economico non ci rende anche felici, allora è un falso sviluppo.»

José Pepe Mujica

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NEWS / 24 NOVEMBRE 2025

COP30: un bilancio

 

COP30, la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite che si è tenuta a Belém, in Brasile, segna un passaggio cruciale: a dieci anni dall’Accordo di Parigi, il mondo fa i conti con i risultati raggiunti e con ciò che resta ancora da fare per contenere il riscaldamento globale.

Una tappa chiave

L’Accordo di Parigi, adottato nel 2015, ha fissato l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C e, se possibile, entro 1,5 °C rispetto all’era preindustriale. Alla COP30 questo impegno è stato “messo alla prova”: la conferenza ha rappresentato un momento di verifica collettiva su quanto si è fatto finora e su quanto manca per restare sulla traiettoria 1,5 °C.

Il contesto è tutt’altro che rassicurante: gli ultimi anni rientrano tra i più caldi mai registrati e le concentrazioni di gas serra continuano a crescere, pur con segnali positivi sul fronte delle tecnologie pulite.

Cosa è cambiato in 10 anni

Uno dei messaggi più chiari emersi riguarda lo stato del clima:

  • tutti gli ultimi anni figurano tra i più caldi mai registrati a livello globale;
  • le concentrazioni di CO? e metano in atmosfera sono aumentate sensibilmente rispetto al 2015;
  • le nuove proiezioni indicano un riscaldamento potenziale entro fine secolo intorno a +2,5 °C / +2,9 °C, leggermente inferiore rispetto alle stime di dieci anni fa, ma ancora ben oltre la soglia di 1,5 °C.

In pratica, l’Accordo di Parigi ha avuto un effetto: il “peggior scenario” è meno probabile rispetto a quanto si temeva nel 2015. Ma i dati mostrano chiaramente che l’azione climatica globale è ancora insufficiente.

Energie rinnovabili e transizione energetica: i progressi più evidenti

Se guardiamo al sistema energetico, la fotografia è più incoraggiante. In dieci anni, la transizione ha fatto passi in avanti significativi:

  • le energie rinnovabili coprono la maggior parte della nuova domanda elettrica globale;
  • gli investimenti in rinnovabili hanno superato quelli nei combustibili fossili;
  • la diffusione dei veicoli elettrici ha superato le aspettative, con un’accelerazione particolarmente marcata in alcuni mercati chiave.

Tecnologie, mercato e politiche hanno contribuito a rendere più competitivi fotovoltaico, eolico e mobilità elettrica. Ma, come sottolineato alla COP30, questi progressi non bastano finché le emissioni globali non inizieranno a diminuire in modo netto e duraturo.

Finanza climatica, adattamento e “perdite e danni”

Uno dei capitoli più delicati affrontati riguarda la finanza climatica, l’adattamento agli impatti e il tema di “perdite e danni” subiti dai Paesi più vulnerabili.

Alla COP30 i Paesi hanno ribadito l’impegno ad aumentare i finanziamenti per l’adattamento, riconoscendo che ondate di calore estreme, siccità, alluvioni e innalzamento del livello del mare sono ormai realtà concrete. Tuttavia, le stime sul fabbisogno complessivo indicano che, entro metà degli anni Trenta, serviranno centinaia di miliardi di dollari l’anno: le promesse attuali sono ancora ampiamente insufficienti.

Un altro nodo riguarda il sostegno alle comunità che subiscono danni irreversibili a causa del cambiamento climatico. Pur essendoci stati passi avanti sul piano politico e istituzionale, la COP30 non ha ancora definito in modo chiaro chi finanzierà in concreto i meccanismi per le “perdite e danni”, quali saranno i criteri di accesso ai fondi e con quali tempi e garanzie saranno erogate le risorse.

Questa incertezza mina la fiducia tra i Paesi e rischia di rallentare l’implementazione delle misure più urgenti.

L’anello debole

Il punto più controverso della COP30 è stato l’assenza di un impegno chiaro e vincolante all’uscita dai combustibili fossili. Nonostante la richiesta di molti Paesi e dell’opinione pubblica, nel testo finale non compare una roadmap precisa per il phase-out di carbone, petrolio e gas.

In parallelo, il meccanismo dell’Accordo di Parigi basato sui contributi determinati a livello nazionale (NDC) continua a lasciare ai singoli governi un’ampia libertà nel definire i propri obiettivi. Questo ha il vantaggio di coinvolgere tutti, ma spesso si traduce in impegni non allineati con la traiettoria 1,5 °C.

Il risultato è un paradosso: da un lato sappiamo che la decarbonizzazione è tecnicamente possibile, dall’altro mancano ancora decisioni politiche abbastanza forti per ridurre rapidamente la dipendenza dai fossili.

Deforestazione e uso del suolo

Un altro tema caldo della COP30, ospitata in Amazzonia, riguarda deforestazione e uso del suolo. Nonostante l’importanza delle foreste come serbatoi di carbonio e hotspot di biodiversità, le politiche di contrasto alla deforestazione restano deboli e spesso volontarie, con pochi target vincolanti.

In parallelo, la conferenza ha dato spazio crescente al concetto di “giusta transizione” (just transition): la trasformazione dei sistemi energetici e produttivi non può ignorare le sue ricadute sociali, sul lavoro e sui diritti delle comunità locali.

Sulla carta questo riconoscimento è importante. Nella pratica, però, mancano ancora strumenti concreti e finanziamenti adeguati per trasformare il principio di giustizia climatica in politiche effettive sul territorio.

Risultati e cosa resta da fare

Il bilancio della COP30 è inevitabilmente ambivalente. Tra i punti positivi possiamo elencare:

  • un’accelerazione di rinnovabili, efficienza energetica e mobilità elettrica;
  • maggiore consapevolezza dell’urgenza di finanziare adattamento e resilienza;
  • un riconoscimento più chiaro della dimensione sociale della transizione ecologica.

Dall’altra parte, persistono limiti sostanziali:

  • tempistiche troppo dilatate per l’aumento dei finanziamenti;
  • assenza di un linguaggio forte sui combustibili fossili;
  • divario crescente tra promesse e riduzione reale delle emissioni;
  • persistenti squilibri tra Nord e Sud del mondo in termini di accesso a risorse, tecnologie e sostegno finanziario.

In sintesi, la strada imboccata è quella giusta, ma il ritmo resta insufficiente rispetto alla velocità con cui sta cambiando il clima.

La vera prova del nove per la politica climatica globale sarà nei prossimi anni. Perché gli impegni della COP30 si traducano in risultati tangibili servirà rafforzare gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni e accelerare la transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili. Oltre a questo, è necessario aumentare e rendere più prevedibili i fondi per adattamento, perdite e danni, migliorare trasparenza e monitoraggio degli impegni presi dai Paesi e coinvolgere maggiormente città, regioni, imprese e società civile.Senza un salto di qualità nella volontà politica e nella mobilitazione di risorse, il rischio è che anche la COP30 venga ricordata più per i discorsi che per i cambiamenti reali.

 

Fonti:

Focus

Wired

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