L’impatto ambientale dell’estrazione dei diamanti
L’estrazione dei diamanti avviene spesso in aree ecologicamente fragili e comporta un consumo rilevante di risorse naturali: le miniere richiedono grandi quantità di energia e acqua per estrarre, selezionare e lavorare le pietre, un fabbisogno che in molti contesti geografici finisce per gravare sulla disponibilità idrica ed energetica locale.
A questo si aggiunge l’alterazione degli ecosistemi circostanti: modifiche permanenti del paesaggio, perdita di biodiversità, deforestazione e degrado del suolo. Per questo la fase di chiusura e ripristino dei siti minerari è oggi un elemento centrale nella valutazione delle performance ESG di un’azienda diamantifera: non basta estrarre in modo responsabile, occorre anche restituire il territorio in condizioni accettabili. Anche le emissioni climatiche pesano sul bilancio ambientale del settore, che è chiamato a monitorarle e ridurle investendo in fonti rinnovabili e tecnologie più efficienti.
La dimensione sociale: diritti umani e conflict diamonds
Se l’ambiente è una sfida tecnica, la dimensione sociale resta l’aspetto più noto e delicato della sostenibilità nel mondo dei diamanti. Il riferimento più immediato va ai cosiddetti “diamanti insanguinati”, pietre estratte in zone di conflitto e usate per finanziare gruppi armati. Negli ultimi decenni sono stati introdotti sistemi di controllo e certificazione per arginare il fenomeno, ma il rischio reputazionale legato a un’origine incerta resta comunque elevato.
Accanto a questo tema storico ci sono le questioni legate ai diritti umani e alle condizioni di lavoro nelle miniere, soprattutto dove la regolamentazione è più debole: lavoro minorile, ambienti poco sicuri, salari insufficienti. Criticità che spingono le imprese a rafforzare i propri processi di due diligence lungo tutta la catena di fornitura. Non va infine dimenticato l’impatto delle miniere sulle comunità locali, che possono trarne occupazione e infrastrutture ma anche subire tensioni sociali e spostamenti di popolazione: una gestione sostenibile richiede il loro coinvolgimento attivo e una distribuzione più equa dei benefici economici.
Governance, tracciabilità e il rischio greenwashing
Il terzo pilastro ESG, la governance, è oggi tra i fattori più osservati da chi deve valutare l’affidabilità delle aziende della filiera. Il nodo principale riguarda la tracciabilità: seguire il percorso di una pietra dalla miniera fino al consumatore finale è tutt’altro che semplice, perché le catene di fornitura internazionali sono complesse e spesso poco trasparenti. Per rispondere a questa esigenza stanno guadagnando terreno i sistemi di certificazione, la blockchain applicata al tracciamento e gli audit indipendenti. Proprio per governare questa complessità, la filiera ha sviluppato standard specifici pensati per il settore: il Responsible Jewellery Council (RJC), organizzazione no profit internazionale, definisce con il proprio Codice di Procedura gli standard etici, sociali e ambientali di riferimento per l’intera filiera globale della gioielleria e dell’orologeria.
Proprio la crescente sensibilità dei consumatori verso parole come “sostenibile” o “etico” espone però il settore al rischio di greenwashing: in assenza di definizioni condivise e meccanismi di verifica solidi, queste etichette rischiano di diventare puro marketing. Trasparenza delle informazioni e misurabilità concreta degli obiettivi ESG sono oggi elementi imprescindibili per comunicare la propria sostenibilità in modo credibile.
Diamanti naturali e sintetici
La crescita del mercato dei diamanti coltivati in laboratorio ha aperto un ulteriore fronte di riflessione. I diamanti sintetici eliminano molte criticità legate all’attività mineraria, ma il loro profilo di sostenibilità dipende in larga parte dalle fonti energetiche usate nel processo produttivo. Non è quindi corretto affermare in automatico che una soluzione sia sempre più sostenibile dell’altra: la risposta richiede un’analisi completa del ciclo di vita e delle modalità produttive di ciascuna pietra.
Il ruolo strategico del bilancio di sostenibilità
Il bilancio di sostenibilità sta diventando uno strumento sempre più strategico per le aziende della filiera diamantifera: permette di identificare e valutare i rischi ESG, monitorare gli impatti ambientali e sociali, comunicare in modo trasparente con investitori e stakeholder, dimostrare la conformità agli standard internazionali e rafforzare la propria reputazione. L’evoluzione normativa europea e le crescenti aspettative del mercato rendono sempre più necessaria la disponibilità di informazioni affidabili, verificabili e confrontabili: il bilancio di sostenibilità diventa così lo strumento con cui misurare, rendicontare e migliorare concretamente le performance ESG lungo l’intera catena del valore.
Quando la sostenibilità diventa obbligo di legge
Negli ultimi anni le criticità ESG del settore diamantifero sono passate da tema reputazionale a questione di conformità normativa, guidata da due direttive europee: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). La prima impone alle imprese una rendicontazione sempre più dettagliata delle proprie performance ESG secondo gli standard europei ESRS, includendo il principio della doppia rilevanza: valutare sia come i temi di sostenibilità influenzano il business, sia come il business impatta su ambiente e società. Per un’azienda che opera nei diamanti questo significa documentare provenienza delle pietre, emissioni di CO?, consumo di acqua ed energia, tutela dei diritti umani lungo la supply chain e rischi di corruzione.
Se la CSRD impone di misurare e comunicare, la CSDDD chiede di agire: introduce un vero obbligo di due diligence sulle catene di attività, imponendo alle imprese di identificare, prevenire, mitigare e affrontare gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente. Nel caso dei diamanti questo comporta verifiche sistematiche su fornitori e subfornitori, monitoraggio delle miniere di origine, controllo del rischio di lavoro minorile e adozione di misure correttive. Un’azienda non può più limitarsi a dichiarare di acquistare diamanti etici: deve dimostrare di aver effettuato controlli adeguati sull’intera catena del valore.
La filiera diamantifera resta particolarmente esposta a queste normative per la complessità delle catene di approvvigionamento globali, la presenza di operatori in Paesi ad alto rischio e un passato storicamente legato ai conflict diamonds. In questo contesto, blockchain, certificazioni indipendenti e sistemi digitali di tracciabilità stanno diventando strumenti essenziali per raccogliere le informazioni richieste sia dalla CSRD sia dalla CSDDD, trasformando la sostenibilità da promessa di marketing a impegno verificabile e misurabile.
Fonti
- Corporate sustainability due diligence – European Commission
- 2026 Corporate Sustainability Due Diligence Directive – The amendment process and its impact
- Lab-Grown vs Mined Diamonds: Environmental Impact Compared
- Corporate Sustainability Due Diligence Directive – Anthesis Global
L’immagine di copertina è tratta dal Bilancio di Sostenibilità di Bortolin Gioielli, Udine.
Grafica di Bilancio e della copertina qui riportata: Altrementi Adv.
Predisposizione e redazione bilancio: Allaround Srl.
