Un paradosso attuale
Oggi si assiste a un fenomeno curioso, quasi paradossale: molte persone faticano ad accettare che l’attuale modello di sviluppo non sia sostenibile e che, di conseguenza, debba essere corretto.
La scienza l’ha sottolineato più volte: Thomas Malthus metteva già in guardia dai limiti dello sviluppo; Eunice Newton Foote, scienziata statunitense, nel 1856 intuì il ruolo della CO? nel riscaldamento atmosferico; gli studi del Massachusetts Institute of Technology (MIT) hanno dimostrato i rischi di una crescita illimitata. Nonostante ciò, molti si oppongono all’idea che servano sacrifici o “contropartite” per correggere la rotta.
Eppure, il punto centrale è che la sostenibilità non deve essere vista come un costo da sostenere, ma come un’occasione di generare nuovo valore economico. Per affrontare il tema, partiremo dall’assunto (falso ma diffuso) che la sostenibilità comporti solo spese.
Perché non vogliamo pagare?
In campo ambientale è molto diffusa la resistenza di persone e governi a destinare risorse alla sostenibilità, seppure il negazionismo esplicito sia ormai confinato a gruppi marginali e antiscientifici.
Alla base c’è la paura di perdere vantaggi o di restare indietro rispetto a chi non rispetta vincoli: gli “opportunisti” che continuano a operare come sempre. Questo atteggiamento ha già prodotto danni significativi e rischia di generare una crisi globale. Da qui nasce la domanda: perché così tanti si rifiutano di “pagare”, ripetendo frasi come Io non voglio spendere… se non lo fanno tutti?
Per rispondere occorre guardare ai memi culturali ed economici che caratterizzano la nostra epoca.
Negli ultimi decenni le élite finanziarie hanno spinto verso un liberismo sempre più radicale. L’idea che il mercato possa autoregolarsi è diventata il mantra, mentre la finanziarizzazione ha spesso prevalso sulla produzione reale.
Cos’è il liberismo?
È una dottrina economica che promuove la libertà del mercato da vincoli e interventi statali. Si fonda sul principio che domanda e offerta debbano incontrarsi senza interferenze pubbliche. Secondo i sostenitori, i benefici attesi sono: crescita economica, efficienza nell’allocazione delle risorse e maggiore libertà individuale.
Negli anni ’70-’80, con Thatcher e Reagan, si afferma il neoliberismo, caratterizzato da deregolamentazione, riduzione della spesa pubblica, privatizzazioni e tagli allo stato sociale.
Eppure, il liberismo non nasce come un’ideologia priva di correttivi. Adam Smith, filosofo morale considerato il padre del pensiero liberista, nella Ricchezza delle nazioni (1776) parla della “mano invisibile”, ma riferendosi a un mercato ideale e accessibile a tutti. Nella Teoria dei sentimenti morali (1759) introduce il concetto di “simpatia”, ovvero la capacità di condividere le emozioni altrui: un richiamo all’etica e all’attenzione sociale.
Altri pensatori hanno arricchito il dibattito. Ne citiamo solo alcuni a titolo d’esempio.
- Jean-Baptiste Say sostiene la “legge dei mercati” (l’offerta crea la propria domanda).
- Friedrich von Hayek, esponente della scuola austriaca, avverte che ogni pianificazione economica riduce la libertà individuale.
- Milton Friedman, caposcuola del monetarismo, promuove libero mercato, deregolamentazione e riduzione del ruolo dello Stato.
Le contraddizioni del neoliberismo
Il neoliberismo, tuttavia, ha mostrato presto i suoi limiti:
- crescita delle disuguaglianze;
- mercificazione di diritti fondamentali come istruzione e sanità;
- precarizzazione del lavoro;
- crisi cicliche legate a bolle speculative (emblematica quella del 2008);
- indebolimento della coesione sociale.
Non è solo una politica economica, ma una visione del mondo: l’individuo diventa un “homo economicus”, valutato in base a ricchezza e produttività. La solidarietà lascia spazio alla responsabilità individuale: se fallisci, è colpa tua.
Il risultato è che le persone iniziano a percepirsi come imprese, brand da ottimizzare. Studio, carriera, relazioni vengono vissuti come investimenti da massimizzare. Chi non “vince” si sente inadeguato. La società si frammenta, le disuguaglianze diventano “naturali”, e cresce l’isolamento.
Zygmunt Bauman, in Vita liquida, riassume così questa condizione: “Nella società dei consumi, non essere all’altezza dei criteri del mercato significa essere superflui.”
Le voci critiche
Contro il liberismo e il neoliberismo si sono schierati diversi pensatori ed economisti.
- John Maynard Keynes, nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), sostiene la necessità di interventi statali per stimolare l’economia e ridurre la disoccupazione.
- Karl Polanyi, in La grande trasformazione (1944), denuncia i pericoli della mercificazione totale.
- Joseph Stiglitz, premio Nobel, critica in La globalizzazione e i suoi oppositori gli effetti destabilizzanti delle politiche neoliberiste imposte da FMI e Banca Mondiale.
Esternalità: il limite del mercato
Anche la microeconomia riconosce che il mercato non basta a correggere gli squilibri quando entrano in gioco le esternalità, cioè gli effetti indiretti delle attività economiche. Si possono distinguere infatti:
- Esternalità positive: effetti benefici non pagati (es. vaccinazioni).
- Esternalità negative: costi imposti ad altri senza compensazione (es. inquinamento industriale).
Se il prezzo di mercato non riflette i costi o benefici sociali complessivi, si genera inefficienza. Per correggere questi fallimenti servono strumenti come tasse, sussidi, regolamentazioni o meccanismi di internalizzazione dei costi.
Si pensi, a titolo d’esempio, al fumo di tabacco. L’aumento del prezzo scoraggia il consumo e produce benefici sanitari; le aziende si riconvertono introducendo nuovi prodotti (come lo “svapo”), mentre i costi sanitari restano in gran parte trascurati.
Amartya Sen e lo sviluppo come libertà
Un’altra prospettiva arriva da Amartya Sen, premio Nobel per l’economia. Nel libro Lo sviluppo è libertà sottolinea che lo sviluppo non si misura solo con il PIL, ma con la capacità delle persone di vivere una vita dignitosa.
Per Sen, le politiche ambientali devono integrarsi con la giustizia sociale: non si può sacrificare la lotta alla povertà in nome della sostenibilità, ma affrontare insieme entrambe le sfide. Crede inoltre che la tecnologia possa contribuire a soluzioni sostenibili, a patto che sia guidata da scelte democratiche e trasparenti.
Le sue tesi, tuttavia, sono spesso banalizzate fino al motto: La tecnologia risolverà tutto, che finisce per avvicinarlo, ingiustamente, al pensiero neoliberista.
La tesi centrale: sostenibilità come valore
Raccogliendo gli spunti emersi possiamo affermare che:
- Persone e aziende hanno come obiettivo primario il guadagno.
- In un contesto neoliberista, interventi esterni sono mal tollerati.
- La sostenibilità viene percepita come un costo, non come un investimento.
- Sussidi e correttivi vengono spesso bollati come “aiuti di Stato” incompatibili con la logica del libero mercato.
In sintesi: nessuno vuole sostenere costi che riducano il valore economico senza che questi siano condivisi a livello globale.
Diventa quindi essenziale che:
- le istituzioni finanziarie spieghino come la sostenibilità possa generare valore economico (riduzione dei costi, stabilità delle risorse, minori rischi sistemici);
- i governi smettano di discutere sulla validità della scienza e adottino politiche coordinate a livello globale;
- aziende e cittadini comprendano che la sostenibilità è un passo necessario per l’evoluzione della società e della specie.
Fortunatamente, molte imprese già lo dimostrano, adottando pratiche sostenibili per ragioni economiche e al tempo stesso contribuendo a un futuro migliore. Paradossalmente, spesso queste stesse aziende rifiutano l’etichetta di “sostenibilità”, quasi fosse un ostacolo.
Eppure, il messaggio è chiaro: la sostenibilità non è una tassa da pagare, ma una scelta strategica. Rifletterci è necessario, ma senza fermarsi: si può pensare e correre allo stesso tempo.
